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L’accoglienza di bambini e ragazzi provenienti dagli orfanotrofi ucraini

I dati che emergono dal conflitto in Ucraina sono allarmanti: sono oltre 4 mila i minori che lasciano il Paese per raggiungere gli Stati confinanti in cerca di aiuto e assistenza.

L’Italia è pronta a ospitare i rifugiati di guerra e sta rispondendo concretamente all’emergenza: gli enti locali, le scuole e le associazioni si preparano ad accogliere nel miglior modo possibile bambini e ragazzi provenienti dagli orfanotrofi ucraini.

Nell’Est Europa non è diffuso l’affido familiare e queste strutture esistono ancora, rappresentando l’unica soluzione per aiutare i bambini in difficoltà.

Le motivazioni che hanno portato i bambini a vivere in un orfanotrofio sono tante: le cause possono essere associate alla perdita di uno o di entrambi i genitori, oppure all’impossibilità di questi di accudirli con regolarità, ma anche perché i piccoli sono malati o presentano disabilità.

Organizzare tutte le procedure non è semplice, ma una cosa è certa: bisogna tenere in considerazione non solo la logistica, ma anche la sfera psicologica.

Le famiglie, quando decidono di accogliere i bambini, devono infatti tenere a mente i bisogni di ciascuno di loro e considerare le differenze tra affido e adozione, permanenza lunga o breve, senza tralasciare l’importanza dei legami instaurati negli orfanotrofi ucraini, il tema della salute e della scuola. Nel periodo di permanenza bisogna garantire l’assistenza pediatrica di base, il supporto psicologico e l’aspetto educativo.

Il Tavolo Nazionale Affido sente, dunque, la necessità di far coordinare dagli Enti Pubblici le operazioni di arrivo e le conseguenti linee guida giuridiche, e potenziare i servizi territoriali al fine di garantire preparazione e sostegno ai contesti di accoglienza.

Aiutare in un momento così tragico è fondamentale e solo l’unione di associazioni, università, volontari e parrocchie può fare la forza.

Per approfondire l’argomento leggi l’intervista completa a Paola Milani, professoressa ordinaria di Pedagogia Sociale e Pedagogia delle Famiglie all’Università degli Studi di Padova e referente nazionale del Progetto PIPPI.